Sacerdos in aeternum

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Don Carmine era un sacerdote di 45 anni. Era stato sempre un uomo attivo, una mente brillante,  particolarmente attento alle tenui aperture che Santa Madre Chiesa, con la sua proverbiale prudenza, proponeva. Sempre in prima linea, con un entusiasmo instancabilee con il suo sorriso”autentico”  affrontava tutte le questioni che i parrocchiani gli affidavano, senza mai risparmiarsi in generosità e solidarietà.

Figlio unico, viveva con la propria madre, ormai vedova da diversi anni, era cresciuto nel culto della fede e della donazione agli altri. Ma da qualche mese aveva cominciato ad accusare un malessere interiore di cui non ne comprendeva la ragione. Tutto il suo entusiasmo, la voglia di fare si stavano esaurendo. La celebrazione quotidiana del mattino non gli dava più lo slancio mistio di una volta. Innalzare quell’Ostia Consacrata era diventata routine, come indossare o togliere i paramenti sacri prima e dopo le celebrazioni, le emozioni che quel rito gli facevano provare, sembravano un ricordo del passato.

Di domenica, durante l’omelia ai fedeli, il suo sguardo si posava su quella platea, costituita in prevalenzadianziani, che lo ascoltavano ormai disincanti e desiderosi solo di tornarsene a casa a trascorrere la festività in compagnia di parenti o amici, con la coscienza di aver fatto il proprio dovere di cristiani. Aveva l’impressione che le sue parole scivolassero come l’acqua su un impermeabile. Ma più di tutto gli pesavano le confessioni, sempre le stesse persone che raccontavano sempre le stesse cose. Si ritrovava spesso a pensare alla sua condizione attuale facendo mille congetture.

Non può essere una prova di Dio, si ripeteva, perché mai il Padreterno dovrebbe ritenere giusto far soffrire gli amici, mentre i suoi nemici potevano stare lontani dalla sua ira? Non è possibile! Si rendeva conto del suo bisogno, che cresceva di giorno in giorno, di avere qualcosa per sé, affetto, attenzione, cura per quello che era, come persona, e non per quello che faceva. Mi manca una donna, la famiglia, i figli? Si domandava di continuo. E’ come se il Dio, in cui credeva fermamente, non gli bastasse più, il suo cuore si stava inaridendo ed era sempre più triste e solo.

Non poteva condividere il suo tormento con nessuno. Aveva tentato, con unsacerdote amico, di accennare qualcosa, ma aveva ricevuto un risposta lapidaria: f"orse è il caso che ti fai una bella settimana di ritiro spirituale così rimetti tutto a posto." Si trovava in un dilemma senza uscita, continuare così si sarebbe certamente ammalato, lasciare la Chiesa, non se parlava proprio, era un uomo che una volta preso un impegno lo avrebbe portato avanti a tutti i costi. Di fatti si ammalò, credette di impazzire.

Una notte fece un sogno: si trovava in Palestina, in pieno deserto,era caduto in una buca e per caso aveva ritrovato una pergamena che altro non era che il certificato di matrimonio di Cristo con la Maddalena; sto impazzendo, si disse al risveglio, devo fare qualcosa! Sono passati alcuni anni e la situazione è in parte migliorata, grazie anche all’aiuto di qualche pillolina che un medico amico gli ha prescritto. Don Carmine ha in parte ritrovato l’entusiasmo per la sua missione anche se il sorriso che aveva sembra essere morto dentro di lui.

Ogni sera, chiude le porte di quella che non sa più se considerare il suo rifugio o la sua prigione, si ritrova a camminare lunga la navata centrale della Chiesa, con le mani incrociate indietro, a recitare il Rosario. Mentre le labbra snocciolano meccanicamente le Ave Maria, la sua mente divaga su come sarebbe stata la sua vita se non avesse scelto di diventare sacerdote. Chissà se un giorno, Qualcuno, si chiede fissando l’enorme crocefisso posto ai lati della navata, manderà messaggi che possano porre fine a tante sofferenze ed inevitabili errori. Con questi pensieri se ne torna nella canonica a riposare, domani  è un altro giorno, probabilmente, uguale a quello precedente. Ma come si dice: sia fatta la volontà di Dio. Amen.

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Inizio Novembre 2016

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