La gabbia

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Roberto era un uomo di mezza età. Sposato con una donna sempre impegnata nelle faccende domestiche e nella cura delle figlie, due adolescenti che trascorrevano la maggior parte del loro tempo al cellulare o a chattare su face book. Di carattere schivo, Roberto, non era molto incline alla conversazione, soprattutto con quelle persone che considerava ottuse; il più delle volte, per evitare inutili ed estenuanti discussioni, tendeva ad essere accondiscende ed accomodante. 

Il suo motto era “faciteme sta quiete”. Tutto sommato, con gli accorgimenti che aveva adottato, la sua vita trascorreva tranquilla, forse anche troppo, senza particolari scossoni: lavoro, famiglia, qualche amicizia con la quale trascorrere i week end. Ma,paradossalmente, era proprio nei fine settimana che andava in crisi.

Il suo umore cambiava, si immalinconiva, ma soprattutto si annoiava mortalmente. Di sabato vi era una sorta di rituale: al mattino, la spesa al supermercato, al pomeriggio, passeggiata a vedere i negozi, la sera, la pizza con i soliti amici, a parlare sempre delle stesse cose, cioè degli altri. Sopportava il tutto con cristiana rassegnazione per evitare di innescare discussioni del tipo: se ti annoi tanto perché non organizzi qualcosa di diverso? Ma per Roberto il problema non era “cosa fare” ma con “chi farlo”, ma si guardava bene dal confessare i suoi pensieri.

Quel sabato sera, dopo l’ennesima cena a casa degli amici, nel corso della quale si era toccato l’argomento scottante dell’amore e dei disagi di coppia, era rimasto in silenzio limitandosi a qualche monosillabo e a qualche cenno con la testa, in pratica se ne stava su una comoda poltrona a fumare la sua pipa.

Sulla via del ritorno la moglie gli chiese cosa avesse per essere stato così assente, ai limiti della scostumatezza, in quella serata nella quale, lei, si era divertita. Roberto non rispose, mentre  nella mente gli risuonava la canzone di Pino Daniele je sto vicino a te: “ma che parlamme a fà….. sempe de stessi cose….. pè ce ‘ndussecà…. e nunce ‘ncuntrà ogni vota…. c’arraggia ‘ncuorpo e chi… jesce pazz  tutte e juorne pè capì”. Andò a letto e fece un sogno. Si trovava nella sua casa, ma era diversa, era un unico grande ambiente, senza muri divisori e senza porte. Ad un certo punto entra in casa la sua vicina, che con fare seduttivo, gli chiede di prendersi cura dei suoi uccellini  perché deve andare via per qualche giorno. Lui accetta e pone la gabbia sul tavolo e si siede ad osservare i canarini che svolazzano da una parte e dall’altra. Decide di aprire la gabbia e concedere a quei poveri prigionieri un po’ di libertà. Aperta la gabbia, alcuni si lanciano nell’ampia stanza, mentre altri rimangono immobili  sui loro trespoli.

Gli uccellini usciti volteggiano per la stanza, ma dopo qualche volo rientrano nella gabbia, ad eccezione di uno, di colore arancio intenso, che non vuole saperne di rientrare,anzi sembra cercare una via di fuga dalla stanza. Si posa in prossimità di una grande finestra e fissa con i suoi  occhietti  Roberto quasiad implorarlo di aprire quella dannatissima finestra. Roberto è titubante, ha paura che l’uccellino una volta fuori, possa non sopravvivere,  morire di fame o diventare cibo per altri animali; era vissuto  sempre in gabbia e non conosceva i pericoli del mondo esterno. Mentre, con la mano posta sulla maniglia della finestra, riflette sul da farsi, si sveglia. Man mano che rievoca le immagini del sogno, sente che quell’uccellino ha qualcosa di familiare e ,poco dopo, intuendo la verità sospira ed esclama : spesso i sogni ci dicono della condizione umana più  di quanto, noi stessi, siamo disposti a voler sapere.

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