Il mito di Narciso: identità senza alterità

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 lNarciso ed Eco

J.W Waterhause  Narciso ed Eco (1903) Walker Art Gallery, Liverpool

Il mito di Narciso è uno di più conosciuti della mitologia classica ed il suo significato fa parte integrante della nostra cultura. Il termine narcisista è entrato a far parte del linguaggio comune per designare una persona egocentrica, con un’alta considerazione di sé e delle proprie azioni, che lo spinge a ritenersi al di sopra delle parti e di questo ne è manifestamente compiaciuto.


Ma avremo modo di parlare degli aspetti psicologici del narcisismo in seguito, ora torniamo al mito.
Nel mito, tratto dal III libro delle Metamorfosi di Ovidio, oltre al protagonista, sono presenti altre figure mitologiche che giocano un ruolo ricco di significati simbolici.

Giulio Carpioni: Liriope presenta Narciso a Tiresia

Narciso è figlio della ninfa Liriope e del Dio fluviale Cefiso, che innamoratosi della ninfa, l’avvolge con le sue onde e la seduce. Dalla loro unione nasce un bambino bellissimo, Narciso. La madre, volendo conoscere il destino del figlio consulta l’indovino Tiresia : “Vivrà fino a quando non conoscerà sé stesso” è la profezia del vate.
 
Narciso, crescendo, diventa un giovane bellissimo, dolce e raffinato, ma al tempo stesso insensibile e vanitoso, che  rifiuta l’amore di quanti, uomini o donne, rimangono folgorati dalla sua grazia. Ad un giovane di nome Aminia, perdutamente, innamorato di lui, regala una spada perché si uccida, cosa che avviene.

La vicenda di Narciso, a questo punto del mito, si collega a quella della ninfa Eco, il loro incontro segna un epilogo funesto per entrambi.  Eco è una ninfa dei monti, dotata di una parlantina eccezionale. Viene punita da Giunone perché si rese conto che le sue continue chiacchiere erano un modo per tenerla distratta e favorire gli amori di Zeus, dando il tempo alle sue concubine di mettersi in salvo.

Per punizione Eco viene privata della voce, può ripetere solo le ultime parole gridate da qualcun altro. La sfortunata Eco, un giorno, mentre Narciso si prepara a tendere le reti per i cervi, incontra il bellissimo giovane e se ne innamora perdutamente. Non potendo esprimere il proprio amore a parole corse ad abbracciarlo, ma Narciso la rifiuta in malo modo e la scaccia. Eco, piena di dolore, trascorre il resto della vita piangendo l’amore non corrisposto, finché di lei non rimane che la sola voce.

A questo punto gli dei decidono di punire l’insensibilità di Narciso e mandano sulla terra Nemesi, la dea della vendetta. L’epilogo della storia di Narciso ci porta ad una fonte chiara come l’argento, non contaminata, nella quale il giovane si specchia. Vedendo quell’immagine riflessa così bella, Narciso prova una forte attrazione.

Dapprima tenta di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli sta dinanzi, ma ogni volta che cerca di toccarlo, l’immagine scompare. Dopo qualche tempo riconosce sé stesso e rimane per ore a fissare lo specchio d’acqua della fonte.
    
Non potendo coronare il sogno di realizzare l’amore nei confronti della propria immagine, straziato dal dolore, Narciso si trafigge il petto con la spada. Dalla terra inzuppata del suo sangue nasce il narciso bianco dalla corolla rossa.

Come già sottolineato da qualche autore, la vicenda di Narciso ed Eco ci consente di sottolineare come questi due personaggi mitologici rappresentano due facce di una medaglia, due facce però inesorabilmente scisse, divise.
Narciso incarna l’identità assoluta che non conosce l’alterità (diverso da sé) mentre Eco è l'alterità assoluta che non conosce l’identità.


Narciso sa amare solo se stesso e tiene fuori dalla sua affettività il resto del mondo, non si apre all’altro, non vuole correre il rischio di tradire se stesso. Aprirsi all’altro significa mettere in discussione il proprio modo di essere, correre il rischio di sentirsi fragile, essere alla mercé dell’altro, dipendere dall’altro, e non ultimo, senza alcuna garanzia  di non essere traditi o delusi. La paura della sofferenza per l’eventuale fallimento genera la decisione di chiudersi nel proprio mondo, lasciando fuori tutti, indiscriminatamente.


Per Eco il discorso è diametralmente opposto, vive l’assoluta alterità, esiste solo in funzione di ciò che prova per l’altro, e quando non viene corrisposta, la sua vita perde ogni significato, senso o scopo, non le rimane altro che lasciarsi morire. Il non riconoscimento di una propria identità, di esistere cioè a prescindere dall’altro, manca del tutto; è come se ragionasse in questi termini: “io esisto perché tu, con il tuo amore, mi fai esistere, da sola non sono nulla”.


Passando dalla mitologia alla psicologia la storia di Narciso ed Eco permette di descrivere il disturbo narcisistico di personalità e la dipendenza affettiva.
Il nucleo fondamentale della personalità narcisistica risiede nell’idea grandiosa che hanno di se stessi, ritengono di essere speciali, perfetti, di possedere qualità superiori a qualsiasi altra persona. Quest’idea è spesso alimentata da fantasie di successo, potere, fascino, bellezza. Ritengono di sapere tutto e di fare bene ogni cosa, la presunzione è il loro biglietto da visita.

Coerentemente con queste premesse, le critiche sono un’offesa e vengono ritenute  mosse da invidia, gelosia, cattiveria gratuita o quantomeno da incomprensione dell’altro, e reagiscono alle stesse contrattaccando in maniera aggressiva mostrando talvolta un’ira ed un odio feroce verso il colpevole dell’attacco. Si sentono al centro dell’universo, i loro simili, se confermano l’idea che hanno di se stessi, sono di grande valore, in caso contrario, non ne hanno.

Da qui la necessità di circondarsi di persone che possano apprezzare quei  talenti. L’ammirazione che hanno di sé la pretendono anche dagli altri, ricercano continue conferme del loro valore e rimangono stupiti e frustrati se passano inosservati. È’ come se ogni loro gesto, comportamento, fosse degno di nota e dovesse essere sottolineato con un coro di applausi. Vivono in un mondo in cui le loro necessità sono prioritarie, speciali, ed è compito degli altri soddisfarle. I bisogni degli altri non li vedono. Tutto gli è dovuto.

Alle eventuali rimostranze, la reazione è solitamente rabbiosa, arrogante e circostanziata da mille scuse. Non riescono a entrare nel ragionamento e nei sentimenti dell’altro (empatia), troppo presi dal difendere il proprio punto vista, comportamento; non ascoltano nessuno tranne quelli che confermano il loro valore. Quello che conta è non mettere mai in discussione le proprie azioni che per definizione sono senza ombra di macchia e non fanno mai nulla di male: sono sempre gli altri ad essere in errore, la ragione è sempre dalla loro parte.

L’ammissione di responsabilità sarebbe un’incrinatura nell’armatura difensiva: troppo pericoloso. Questo è il quadro tipico del Disturbo Narcisistico di Personalità, naturalmente, esistono, varie gradazioni in cui le espressioni caratteriali descritte sono più sfumate o  non sono presenti tutte assieme, ed in questi casi  si parla di tratti narcisistici della personalità.


Il partner ideale per questi soggetti è frequentemente una persona che ha una scarsa autostima di sé,  che si lascia sedurre dall’immagine esteriore di sicurezza che il soggetto narcisista mostra. Tali soggetti, per dinamiche profonde, non esprimono il bisogno di  un rapporto affettivo  coinvolgente, danno l’idea di accontentarsi  di poca cura ed attenzione per continuare a vivere. Eternamente secondo(a), accondiscendente per quieto vivere, con pochi spazi decisionali, costretto(a) a sopportare l’arroganza e talvolta le umiliazioni del partner. La sopravvivenza psichica di queste persone è legata alla capacità di sviluppare gratificazioni  nel lavoro, nelle amicizie, negli hobbies, nella cura dei figli e della casa. Talvolta queste persone sviluppano nel tempo una depressione.


La storia di Eco ci suggerisce una riflessione sulla dipendenza affettiva. Se il soggetto narcisista nel rapporto con l’altro non riesce a vederne i bisogni, tutto teso alla gratificazione di sé, il soggetto con dipendenza affettiva non riesce a vedere sé stesso, i propri desideri e bisogni, tutto teso al possesso dell’altro. E’ come se l’altro avesse il ruolo di colmare i vuoti affettivi originati da rapporti non soddisfacenti con le figure genitoriali.

Rapporti che hanno impedito lo sviluppo di una crescita armonica in cui il naturale bisogno dell’altro si possa fondere con un’identità che è capace, in caso di necessità,di sopravvivere al rifiuto dell’altro. I soggetti dipendenti vivono in funzione dell’altro significativo che finisce per diventare la loro scialuppa di salvataggio,e, nel caso in cui non possono evitare di perderlo, avvertono  un vuoto esistenziale che genera un’angoscia insopportabile, è come un naufrago che non riesce a trovare nessun appoggio e sente che sta per affogare. In tali circostanze la loro vita perde ogni senso, la persona  si sente dissolversi nel nulla.

La povera Eco di fronte all’angoscia del rifiuto di Narciso non trova altra soluzione che lasciarsi morire, non riesce a trovare dentro di sé il bisogno di prendersi cura di se stessa, di volersi bene, di contattare quel patrimonio fatto di desideri, sogni, speranze che rappresentano l’unica medicina utile per evitare che il dolore la sommerga e la spinga a  lasciarsi morire.
 

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